INTERVISTA D’AUTORE: incontro con Paolo Calabrò

Caserta.ZON ha incontrato Paolo Calabrò. La filosofia, il giallo, i temi

L’appuntamento di oggi ha come protagonista il casertano, autore di gialli, Paolo Calabrò.
Lo scrittore ha pubblicato due saggi filosofici: di cui il primo nel 2011 e il secondo sul filosofo francese Maurice Bellet, di cui è curatore del sito ufficiale in italiano, nel 2013. Esordisce, poi, con il suo primo romanzo “L’intransigenza: I Gialli del Dio Perverso” (Il Prato 2015).

Dal sottotitolo del Suo primo romanzo, si intravede un consistente sfondo religioso in cui par esser calata l’opera. 
“Giusta riflessione. In realtà il Dio perverso è un concetto di Maurice Bellet, e non riguarda strettamente la religione, anche se nasce in ambito cristiano. E’ una negazione fondamentale del pensiero e può riguardare tanto i sistemi di pensiero laici quanto quelli religiosi e ha a che fare proprio con l’idea, con qualcosa che c’è di buono a monte dell’esistenza che viene pervertito e diventa per l’uomo una schiavitù, invece. che un’occasione. Il Cristianesimo, ad esempio, perché travisato, trasforma il Dio donatore di Vita Eterna in un Dio da ossequiare, donando Lui la propria vita, sacrificando se stessi, mortificandosi e, alla fine, rinunciando a viverla per darla a lui in ringraziamento.”

Un altro aspetto da analizzare nel romanzo è la natura sui generis dei due investigatori: il tributarista e il vigile urbano. 
“Diciamo che io volevo uscire fuori dal solito stereotipo del giallo, evitando i suoi consueti protagonisti: il commissario, il tenente e l’ispettore per affidare l’indagine a due sprovveduti, senza competenza alcuna. I due hanno opposta natura e per questo si bilanciano reciprocamente. Uno a causa di un trauma è sempre sonnolento, ma riesce meglio a focalizzare i problemi; l’altro, orfano da piccolo, pur impegnandosi, non riesce mai a stare sul pezzo ed è continuamente frustrato in ambito lavorativo.”

E’ interessante indagare le modalità del tuo salto dal saggio filosofico al giallo. In una tua precedente intervista ho letto che ti proponi di immettere elementi filosofici all’interno dei tuoi gialli. Come si realizza ciò?
“L’idea viene fuori attraverso i pensieri dei personaggi, le loro difficoltà, il loro modo di affrontare i problemi. Il passaggio dal saggio filosofico al romanzo può risultare traumatico e azzardato, ma, in realtà, studiando Bellet mi sono reso conto che il punto fondamentale della sua concezione filosofica è la sofferenza dell’uomo incatenato a delle mentalità antiquate e travisate. Il Cristianesimo, se è fonte di sofferenza e di frustrazione per molte persone, ancora oggi, è perchè è stato male interpretato, e questa cosa di cui ho parlato, cercando di spiegare il pensiero di bellet, mi sono reso conto che andava calata nella realtà, dal punto di vista di chi soffre nella difficoltà di non riuscire a superare il trauma del cristianesimo mal interpretato.”

Veniamo adesso alla tua ultima fatica “C’è un sole che si muore”, l’antologia del 2016, realizzata insieme a 10 autori con l’associazione “NapoliNoir” e con Diana Lama come curatrice. Parlaci di tale associazione.
“NapoliNoir è un’associazione napoletana, che si propone di aggregare gli scrittori  campani, in quanto con Napoli non bisogna intendere il capoluogo campano, ma l’area in cui si parla napoletano: dall’alta Irpinia al Sannio fino al  Cilento e quindi a Caserta dove ambiento il mio racconto. “C’è un Sole che si muore” è un ritratto corale della nostra mentalità, riconoscibile tra tutte.”

La cura della resa linguistica nello scritto del dialetto napoletano, quanto occupa e quanto è centrale nella tua produzione?
“Il 100%, perchè c’è una strana tendenza degli scrittori, napoletani e non, a cimentarsi col dialetto napoletano, come se lo si potesse scrivere in qualsiasi modo, purchè vicino al parlato. L’ortografia e la grammatica vanno rispettate come in italiano, perchè il napoletano è una cosa seria, io sono madrelingua napoletano e quando ne scrivo una sola riga cerco di farlo bene”.