Memento: cult movie di Christopher Nolan da non dimenticare

Dopo due anni dal film d’esordio Following, Christopher Nolan realizzò “Memento”, una coraggiosa introspezione nei labirinti della memoria, un film ambizioso e contorto.

Memento è una pellicola del 2000, candidata a due Premi Oscar (miglior sceneggiatura non originale e montaggio), è un film complesso e difficile, ma molto vicino ad ognuno di noi. Il titolo in latino vuol dire “Ricorda!”, un’esortazione con cui il protagonista, Leonard Shelby, è costretto a misurarsi ogni giorno della sua vita, ma che può essere rivolta a tutti: invita a ricordare e a scavare a fondo dentro se stessi, ricercando la radice di ogni cicatrice.

La storia

Leonard Shelby (Guy Pearce) è vittima di un incidente che segnerà per sempre la sua vita: durante l’aggressione sua moglie viene stuprata e uccisa, e il trauma sarà la causa della memoria a breve termine che non gli permette di ricordare nulla di quello che gli succede per più di quindici minuti. Nonostante le difficoltà, Lenny ha sviluppato diversi modi di sopperire la sua mancanza, tatuandosi sul corpo delle scritte che gli permettono di ricostruire gli eventi, “John G. ha stuprato e ucciso mia moglie” è quella più vistosa, sopra al cuore, l’ossessione che lo tormenta, l’unico vero obiettivo della sua vita: vendicare il killer di sua moglie.

Gli eventi sono un susseguirsi di frammenti spezzati, ogni giorno il puzzle deve essere ricostruito, volti sconosciuti si precipitano ed irrompono violentemente nella sua vita, che foto scattate da una polaroid istantanea cercano di fermare e catalogare, in un mondo che cede al caos. La voce fuori campo di Leonard diviene voce narrante e produce un effetto estraniante, perché pretende di dare una logica ad avvenimenti che si manifestano come episodi a se, liberi da qualsiasi interpretazione perché privi di continuità temporale. Potrà fidarsi della black girl Natalie, interpretata dall’enigmatica Carrie-Anne Moss, famosa per la sua interpretazione in Matrix, che a tratti risulta una complice di Lenny, ma ad altri lo confonde, assumendo il ruolo di nemica le quali intenzioni sono poco chiare. Teddy (Joe Pantoliano) invece si dichiara suo grande amico, ma la sua morte all’inizio del film, sarà il punto di arrivo della storia raccontata a ritroso, cercando di ricostruire cosa ha condotto a quella fine, attraverso gli occhi del protagonista, che affoga in un mare di sensazioni senza capo ne coda.

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Perché riguardare il film 

“Ordine e Metodo” è quello che ripete Leonard tra se, lo ha scritto sulla pelle. Ma il risultato sono solo fatti che non si reggono insieme, perché il suo è un handicap senza possibilità di guarigione.

La vera forza della pellicola è il montaggio:  segue la frammentazione e la confusione mentale del protagonista, attraverso due blocchi narrativi, uno in bianco e nero che racconta l’attualità dei fatti, l’altro a colori che invece procede a ritroso nel tempo. Nolan sembra sfidare lo spettatore, tenendolo incollato allo schermo, chiedendo una buona dose di intelligenza e concentrazione, pretendendo la partecipazione attiva di chi guarda a cui spetta il compito di ricostruire il puzzle frammentato, ma solo attraverso gli occhi di chi non ha i mezzi. La maestria di Nolan nel gestirsi con un montaggio non proprio lineare, ha dimostrato la bravura di regista. Le inquadrature tendono a mostrare primi piani ed evitare panoramiche, quasi esaltano i volti degli attori che si dimostrano all’altezza, primo tra tutti Guy Pearce, la quale scelta è ricaduta dopo diverse alternative (tra cui Brad Pitt e Alec Baldwin), ma risulta non sbagliata grazie ad un’interpretazione irruenta quanto sensibile.

Con questo lavoro, oltre che svariati premi come il Premio della Critica e il Premio della Giuria al festival di Deauville del 2000 e per la sceneggiatura al Waldo Salt Screenwriting Award come miglior film dell’anno, Nolan assicura al suo film un posto di rilevo tra gli psychological Movies più contorti di sempre, con quella che sembra una pellicola d’iniziazione alla quale seguiranno altre complesse e altrettanto introspettive, come Inception o Interstellar, connesse tutte da un unico filo conduttore: l’analisi della natura umana nelle sue sfaccettature più disparate, dalla follia alla paura, dall’incubo al sogno.

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“Ricordati di non dimenticare” è una provocazione, un’avvertimento: siamo davvero padroni della nostra vita e di quello che ci accade? O è solo un’illusione donataci dal tempo e dalla capacità della nostra memoria di poterlo gestire?