Tre domande alla scrittrice e giornalista Nadia Verdile

Nadia Verdile

Nadia Verdile, giornalista e scrittrice, ha risposto alle nostre domande circa la presentazione della sua nuova opera: “Regine”

Nadia Verdile, giornalista, scrittrice, professoressa, vincitrice del premio Donna dell’Anno, continua a stupire e ad affascinare attraverso entusiasmanti viaggi nel tempo, tutti al femminile. Il titolo del suo nuovo lavoro “Regine: spose bambine, eroine e sante dell’Europa alla corte di Napoli” preannuncia una storia avvincente nella quale sarà possibile riconoscere le origini di  donne sagge e intraprendenti, descritte in tutta la loro bellezza interiore. Le dieci emblematiche protagoniste alle quali Nadia Verdile ha dedicato studi e approfondimenti sono descritte con fare minuzioso nel nuovo volume. L’opera è stata presentata in anteprima il 1 Dicembre presso il teatro Garibaldi sito a Santa Maria Capua Vetere  e il 15 Dicembre al Belvedere di San Leucio. Per l’occasione abbiamo posto tre domande all’autrice.

Com’è nata l’idea del libro Regine e a chi dedica l’opera?

Il libro “Regine. Spose bambine, eroine e sante Dall’Europa alla corte di Napoli”, edito da Maria Pacini Fazzi editore in Lucca, nasce dall’esigenza di raccontare, per la prima volta tutte insieme, le sovrane, o aspiranti tali, che hanno governato nel Regno di Napoli prima e delle Due Sicilie dopo, nel periodo del governo borbonico. Molte di loro sono sconosciute ai più, qualcuna non è presente nemmeno nell’Enciclopedia Treccani, che è fonte inesauribile di sapere. È il caso di Maria Clementina, prima moglie di Francesco I. Sono dieci, sono state donne, hanno dato il loro prezioso contributo ma della loro presenza e della loro azione non se ne ha traccia. Qualcuna, come nel caso di Maria Carolina, se n’è parlato solo in negativo dimenticando quanto da lei fatto nei primi venti anni di regno. Dedico questo lavoro prima di tutto alle donne e soprattutto alle giovani donne che hanno bisogno di costruire genealogie, che hanno bisogno di sapere che la storia, quella con la minuscola e quella con la maiuscola, l’hanno fatta anche straordinarie, ciascuna nel proprio campo, figure femminili e poi a coloro che hanno sete di conoscere, senza nessuna pretesa accademica, un pezzo di storia della nostra terra misconosciuto.

A quale regina citata nel suo libro si sente più legata e perché?

Sicuramente a Maria Carolina. È stata la più bistrattata dalla storiografia. Arrivò sedicenne nel nostro regno per volontà materna. Non aveva mai conosciuto Ferdinando IV e i primi tempi della sua vita di giovane regina furono drammatici. Nelle lettere alla sua istitutrice narrava lo sgomento e il dolore per un rapporto non voluto, non desiderato, imposto. Raccontava della disperazione che le provocava il suo dovere matrimoniale. Fu donna colta e capace, attenta alla condizione della donna (vanno sempre tenuti chiari i tempi in cui visse, la cultura di quell’epoca e la sua condizione sociale) e a lei si deve lo Statuto di San Leucio, la prima legge al mondo che equiparò le donne agli uomini nella real Colonia di San Leucio. Si circondò di intellettuali illuminati e volle la prima loggia massonica aperta alle donne. Viene invece ricordata solo per la repressione post rivoluzionaria, repressione fortemente voluta da Ferdinando ma che a lei viene attribuita. Incarna, a mio avviso, la condizione delle donne che hanno cercato di cambiare luoghi e mentalità e che sono state per questo schiacciate.

Ci lasci una dichiarazione dedicata alle donne

Le donne hanno bisogno di riconoscersi e di credere in se stesse. Siamo state educate (e le bambine continuano ad essere educate male) a prendere su di noi ruoli e esponsabilità che ci fanno “diverse”. Abbiamo spesso timore del nostro essere donne, abbiamo timore nel riconoscere le conquiste che abbiamo ottenuto con secoli di battaglie. C’è una strisciante volontà di mettere le mani sui diritti delle donne, un preoccupante oscurantismo che cela la voglia di risospingerci indietro. Le giovanissime non sanno da dove vengono, troppo poche le docenti che si occupano di insegnare anche la storia delle donne. Sconosciute sui libri di testo le letterate, le musiciste, le artiste, le filosofe, le matematiche, le scienziate. Eppure, nonostante i divieti, sono state tante e hanno fatto tanto. Ecco, l’augurio che sento di dover fare alle donne e soprattutto alle giovani donne, è quello di sentirsi orgogliose del proprio essere e di usare con orgoglio il femminile dei nomi. Siamo il nome che portiamo. Basta usare il maschile per indicare ruoli ricoperti da donne. Declinare un nome al femminile non svilisce la funzione, amplifica le conquiste, faticose, delle donne.